La risicoltura italiana tra le due guerre - Ente Nazionale Risi

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La risicoltura italiana tra le due guerre
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Appuntamento giovedì 30 novembre alle ore 17,00 nel Salone Teresiano della Biblioteca universitaria di Pavia per parlare della risicoltura italiana dall’unità alla grande guerra: crisi agraria, questione bracciantile, innovazioni tecnologiche e colturali. Nei primi del ‘900, la risicoltura nazionale è insediata quasi esclusivamente nella Padania irrigua: Piemonte e Lombardia fanno la parte del leone, mentre Emilia e Veneto hanno un ruolo sempre più marginale e altre regioni contribuiscono con percentuali minime. Durante il primo conflitto mondiale – data la scarsità di braccia disponibili – la superficie subisce un’inevitabile contrazione, approssimativamente da 144.000 ettari a circa 138.000. Nei distretti risicoli di Vercelli, Mortara, Novara e Pavia, soprattutto ai tempi della monda e del raccolto, si concentrano grandi masse di lavoratori che includono manodopera migrante, originaria di zone agricole depresse; tale situazione è fonte di conflitti con la forza lavoro locale che, dai primi del ‘900, rivendica l’orario di otto ore in risaia, accusando i migranti – più disposti ad accettare paghe modeste e orari gravosi – di “rubare” loro il lavoro. Se in queste aree la situazione è particolarmente calda, il malcontento serpeggia, fra le classi più umili, in tutto il Paese. Nel ’19, i lavoratori agricoli, ottengono in Lomellina l’estensione dell’orario di otto ore, già praticato dai braccianti, anche ai salariati e poco dopo – a fronte della crescente disoccupazione – l’obbligo per gli agricoltori di assumere una quantità fissa di dipendenti in base alla superficie: il cosiddetto imponibile di manodopera, di lì a un anno applicato quasi ovunque nella pianura padana. Nella primavera del ’20, nei distretti risicoli sopraccitati, scioperano anche i mungitori e guardie rosse armate impediscono a chiunque di lavorare; le forze dell’ordine non sono sufficienti a riportare l’ordine e gli agricoltori (in massima parte affittuari), per non perdere il bestiame, concedono un imponibile più favorevole. La reazione arriva nel biennio successivo, quando le squadre fasciste, finanziate dagli agrari, azzerano il sindacalismo rosso (e bianco, di matrice cattolica) fino all’occupazione di Palazzo Marino a Milano (3 agosto del ’22), preludio della marcia su Roma (28 ottobre del ’22). Sul fronte del mercato, cessate le importazioni di riso estero, indispensabili in tempo di guerra, riprendono le esportazioni delle eccedenze, ma Spagna, Giappone, Egitto e Stati Uniti sono ora avversari agguerriti in Europa; il Brasile primeggia in Sud America, mentre Argentina e Francia, a difesa del prodotto nazionale, introducono tariffe contro il riso italiano. Il tracollo dei prezzi è inevitabile. Nell’ottobre del ’31, è fondato l’Ente Nazionale Risi. La ripresa arriva dopo la metà degli anni ‘30, grazie alla parziale riapertura dei mercati (dal 1933-’34) e al finanziamento pubblico dell’Ente (1933), ora in grado di compiere operazioni di compravendita e controllare le esportazioni.
  • categoria: Convegni
  • dove: - Salone Teresiano della Biblioteca universitaria - Strada Nuova 65 - Pavia
  • quando: inizio: fine:
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